Avvinando

Luca, un barbaresco prezioso come un figlio

Anche noi di Avvinando abbiamo le nostre preferenze, come tutti. L’azienda Carlo Giacosa di Barbaresco è senz’altro tra quelle cantine che secondo noi vale la pena di frequentare. Perché in primis i vini sono tutt’altro che “i soliti” barbaresco, nebbiolo, barbera o dolcetto. Anzi, le loro interpretazioni, specie nel nebbiolo, sono davvero come un tenore che canta fuori dal coro. Secondo perché tutti i vini presentati sono sempre perlomeno ottimi e tutti gli anni ce n’è sempre almeno due o tre eccellenti.  Quindi perché uscire sul mercato con un barbaresco riserva (quindi più costoso) nell’anno di crisi peggiore dal dopoguerra? Per dedicarlo al figlio, Luca.

Sì vabbè, ma com’è questo vino? Il barbaresco Luca 2007 è un vino straordinario. Alla vista si presenta di un bel rosso scuro, profondo, di grande intensità. Al naso è perfettamente opulento, forse leggermente appena alcolico. Profuma di confettura di mirtillo, rabarbaro, c’è cannella e zenzero. Si sente la tisana ai fiori d’ibisco. Insomma uno spettacolo: ci si passerebbero le ore col naso dentro al bicchiere, se non fosse che il meglio deve ancora venire.

Perché in bocca il Luca entra come i nobili di una volta quando entravano nelle locande: non si facevano annunciare da rulli di tamburi ma tutti sapevano che qualcuno con una educazione superiore era lì. E’ una questione di classe. Luca ci seduce con la levigatezza e l’armonia del suo essere composto, perfetto in ogni caratteristica: caldo il giusto, persistente e con un retrogusto mai sgradevole o eccessivo. In questo ricorda il premiatissimo Montefico, il cru dell’azienda. Luca ti parla della sua eredità culturale profonda, fatta di una azienda a conduzione famigliare che quando sperimenta lo fa sulla propria pelle, fatta di lavoro, passione e, passate il termine spesso usato a sproposito, di territorio. Insomma, giù il cappello.

La domanda che ci siamo posti è la seguente: può ancora evolvere? Ci siamo segnati l’appuntamento tra un anno. Vi sapremo dire.
Stefano Tamiglio e Sergio Bolzoni

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