Avvinando

Cambiamento climatico: la Franciacorta risponde con la scienza

Il cambiamento climatico sta riscrivendo le regole della viticoltura. In Franciacorta come in tutte le zone in cui l’agricoltura la fa da padrone, eventi estremi come gelate tardive, siccità e piogge violente impongono risposte immediate. L’anno idrologico 2024-2025 è stato il più piovoso dal 1997, con oltre 1.600 mm di precipitazioni. Ma la vera svolta è iniziata dopo la torrida stagione del 2003, che ha spinto i vignaioli a rivoluzionare i calendari agronomici.
Siamo stati ospiti del Consorzio della Franciacorta che ci ha spiegato come un territorio famoso e vocatissimo si stia attrezzando per contrastare le conseguenze del riscaldamento globale.
Flavio Serina, responsabile dell’Ufficio Tecnico ed R&D del Consorzio, ricorda quella svolta: “È stata quella la prima annata che ci ha fatto anticipare a Ferragosto, perché prima eravamo abituati che si vendemmiava da fine agosto a settembre”. Preservare l’equilibrio acido delle uve è diventato l’obiettivo primario della ricerca.

Una sentinella tecnologica: la rete agrometeorologica

Per contrastare gli effetti del clima, il Consorzio punta sul monitoraggio di precisione. Sebbene le prime centraline risalgano al 1994, la rete agrometeorologica consortile ha compiuto un balzo in avanti dal 2019, raggiungendo oggi ben 57 stazioni attive. Cesare Bosio, Vicepresidente del Consorzio, descrive così lo strumento: “In Franciacorta abbiamo 50-60 centraline che rappresentano tutte i vari areali di diversità climatica del nostro territorio e lì raccogliamo dati tramite una rete internet, li mandiamo in tempo reale su una app a tutti i nostri soci”.
Questa infrastruttura permette di rilevare piogge, umidità e temperature in un areale collinare di 200 chilometri quadrati, mitigato a nord dal lago d’Iseo e di guidare le scelte dei viticoltori con precisione.

L’Erbamat e la ricerca della freschezza

Tra le strategie di adattamento spicca l’Erbamat, antico vitigno autoctono a bacca bianca inserito nel disciplinare dal 2017. In passato, il suo forte ritardo di maturazione, il basso accumulo zuccherino e l’elevata acidità ne avevano causato l’abbandono. “Abbiamo deciso di indirizzarci verso un vitigno autoctono che possa conferire un livello acidico importante e compensare andate calde – spiega Flavio Serina – Abbiamo scelto l’Erbamat perché si tratta comunque di una varietà autoctona”. Oggi, quelle stesse caratteristiche lo rendono prezioso per compensare le possibili perdite di freschezza dello Chardonnay e del Pinot Nero causate dalle ondate di calore estive

Il futuro nei geni: l’incrocio Erbamat-Chardonnay

L’Erbamat è anche il fulcro di un programma trentennale di miglioramento genetico avviato dal Consorzio nel 2016 con la Fondazione Edmund Mach (FEM). L’obiettivo è incrociare Erbamat e Chardonnay per selezionare nuove varietà stabili da inserire in disciplinare. Di 5.000 plantule iniziali, la rigorosa selezione in campo ha isolato 109 genotipi stabili coltivati oggi nel vigneto sperimentale.
Come sottolineato da Flavio Serina: “Il Consorzio della Franciacorta ha deciso di intraprendere un lavoro di miglioramento genetico con una convenzione di 30 anni con FEM di San Michele all’Adige nel 2016 e che abbiamo prodotto circa 5.000 plantule ottenute da incrocio con Chardonnay”. Secondo il paper del Consorzio, i primi risultati di microvinificazione su queste varietà prometterebbero un’eccellente adattabilità futura.

Il vigneto sperimentale: la culla dell’innovazione in (e nel) campo

Per toccare con mano il cuore pulsante delle attività di ricerca agronomica della denominazione, occorre spostarsi tra i filari del vigneto sperimentale del Consorzio Franciacorta. Questo appezzamento di circa tre ettari, situato tra Erbusco e Cologne nelle aree di Cà Marone e Villa Pedergnano, rappresenta un vero e proprio laboratorio a cielo aperto. Qui vengono condotte contemporaneamente diverse sperimentazioni scientifiche che vanno dal collaudo di portainnesti innovativi fino allo studio di forme di allevamento inedite per la zona.

All’interno di questo perimetro vegetativo, la ricerca si concentra soprattutto sulla capacità della vite di adattarsi agli stress ambientali e abiotici. Per questo si testano i portainnesti di nuova generazione della “serie M”, specificamente selezionati per la loro spiccata tolleranza alla carenza d’acqua e ai terreni calcarei o salini. Inoltre, un appezzamento impiantato di recente è dedicato al confronto tra diverse architetture di chioma (come il Guyot standard, alto, a parete alta e il Sylvoz) per valutare come la forma della pianta possa influenzare la micro-temperatura dei grappoli e preservare l’acidità naturale. Tutte cose che a tentativi probabilmente si sono sempre fatte ma qui si usano dati, processi, database e probabilmente AI, in modo da avere schemi consolidati, provati e riproducibili.

“Prove di portainnesti resistenti a siccità e calore, forme d’allevamento e varietà resistenti sono tutte legate al clima”, osserva Bosio, sottolineando come “ogni singola pianta del vigneto costituisca un tassello fondamentale nel mosaico della viticoltura di precisione”. L’obiettivo di lungo termine, assicurano Bosio e Serina, è fornire risposte agronomiche concrete che consentano alle aziende di migliorare la resilienza del vigneto senza compromettere lo stile enologico che ha reso celebre la denominazione.

Nel segreto del laboratorio: la microvinificazione

Per tradurre la ricerca di campagna in conoscenza enologica, il Consorzio ha inaugurato un Laboratorio di Microvinificazione in collaborazione con l’Accademia Symposium. Qui, le uve sperimentali vengono vinificate in lotti ridottissimi utilizzando damigiane da 30 litri. Un processo che richiede estrema precisione e pulizia, dove ogni minima deviazione rischierebbe di inficiare il risultato finale.
Sempre Flavio Serina: “Lavorare su queste dimensioni è molto più complicato che non lavorare su una vasca. Quindi diciamo le imperfezioni in questo caso si esaltano, quindi bisogna essere molto precisi”.


Una lotta “sartoriale” contro i parassiti

La sostenibilità in Franciacorta si traduce anche in strategie a bassissimo impatto ambientale. Un esempio è la lotta allo Scaphoideus titanus, insetto vettore della Flavescenza dorata. Suddividendo il territorio in 30 quadranti virtuali dotati di un vigneto guida ciascuno, l’Ufficio Tecnico monitora le forme giovanili e adulte per prescrivere i trattamenti obbligatori solo al superamento della soglia di danno.
“In questo modo comunque si evitano alle aziende di fare trattamenti dove l’insetto banalmente non c’è – Spiega Serina – Abbiamo evitato su quasi tutto il comprensorio il secondo e il terzo trattamento”. Questa gestione mirata ha evitato irrorazioni superflue su circa 3.000 ettari.

In conclusione da questa “gita” in Franciacorta usciamo un po’ meno angosciati per le sorti del mondo del vino alla luce del cambiamento climatico. Combatterlo per mantenere il prodotto sano e buono si può e si deve. Certo ci vogliono idee, lungimiranza e investimenti. Perlomeno con gli spumanti ( e non solo) della Franciacorta possiamo stare tranquilli.

Sergio Bolzoni










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